Who’s the hero of the entire world?

A proposito di guerrilla marketing e video virali. Vorrei presentarvi una campagna molto ben riuscita secondo me. Anzi, diciamo che questa volta si sono superati. La Radiotjänst l’azienda radiotelevisiva pubblica svedese ha fatto le cose in grande, con l’obiettivo di stimolare il pagamento del canone tv. Se andate sul sito en.tackfilm.se e uploadate una qualsiasi foto vostra o di chi vogliate, si creerà un link con un video di intro classico di un sito da poter mandare a chi volete ed in cui c’è il protagonista della foto che viene presentato in diretta mondiale come l’eroe del giorno, la soluzione a tutti i problemi.
Che ne dite? bella come idea viral ed anche in linea con il business dell’impresa committente. Quando si dice la quadratura del cerchio. A cura della DRAFTFCB di Stoccolma.
Qui un esempio.

Tartaglia, Berlusconi e libertà della Rete: è partita la caccia alle streghe 2.0

Eccovi integralmente un articolo degli amici Ninja che condivido pienamente:

“Negli ultimi tempi abbiamo parlato spesso di libertà della Rete, un po’ per coincidenze casuali e molto perchè è un tema che ci sta a cuore.
Gli ultimi fatti di cronaca – o sarebbe meglio dire l’ultimo – si prestano nuovamente a parlare del tema. L’accaduto è già arcinoto e basta un link ad un qualsiasi organo di informazione per quei pochi che ci leggono da Marte. Quello di cui ci interessa parlare qui sono le reazioni al lancio della famigerata riproduzione in miniatura del duomo milanese. A leggere i giornali e le dichiarazioni dei politici, sembra infatti che i grandi colpevoli dell’accaduto siano due: Antonio Di Pietro e la Rete, con i suoi social network e Facebook sugli scudi. Sul primo evitiamo commenti, visto che si tratta di un tema politico che e non è argomento che ci preme affrontare qui e ora. Ma sul secondo non potevamo non dire la nostra. Il motivo della caccia alle steghe 2.0 è semplice: fin dai primi minuti dopo il colpo incriminato, in giro per la Rete impazzavano le reazioni. Si va dagli aggiornamenti di status su Twitter ai fotomontaggi su Tumblr, passando dalla creazione dei gruppi e delle pagine fan su Facebook.

Si tratta di azioni che per il Governo devono essere davvero importanti, se il Ministro dell’Interno Roberto Maroni abbandona altri affari per “valutare di oscurare i siti internet che incitano alla violenza“. Anche il Ministro per le Politiche Europee Andrea Ronchi dice la sua e chiede al Viminale di bloccare le pagine “in cui si inneggia alla vigliacca aggressione subita dal presidente del Consiglio“. La ciliegina sulla torta la mette Gabriella Carlucci, parlamentare del Pdl: “Internet e i social network stanno diventando, ogni giorno di più, canali e strumenti di diffusione di odio e veleno. È giunto il momento di eliminare definitivamente l’anonimato in rete“. Qualcuno può spiegare all’onorevole che Anonimato e Facebook non sono proprio due cose in sintonia fra loro? Nel frattempo, sul popolare social network sono nati anche parecchi gruppi pro Berlusconi: da “In carcere Tartaglia” a “Ergastolo per Tartaglia” fino a “Solidarietà per la vile aggressione”. Il più numeroso è “Sosteniamo Silvio Berlusconi contro i fan di Massimo Tartaglia”, che conta oltre 380 mila iscritti. Ma ecco il restroscena: si tratterebbe di un gruppo già esistente, al quale è stato soltanto cambiato nome. Sospetto sostenuto dalla presenza di foto e riferimenti relativi a date precedenti al 13 Dicembre. Secondo il senatore dell’Italia dei Valori al Senato, Stefano Pedica “alcuni amministratori hanno cambiato nome al gruppo senza informare gli iscritti. Capita così che chi abbia aderito a una causa si ritrovi, improvvisamente, membro a sostegno o contro Tartaglia“. In tutto ciò, la paura che a rimetterci sia la Rete inizia a serpeggiare. Come fa notare Giovanni Boccia Artieri in un suo interessantissimo post, sembra che l’aggressione a Berlusconi sia “un’occasione per riprendere il tema del controllo della Rete… dall’alto“.
Forse è questo il motivo per cui i politici non si interrogano sul perchè migliaia di persone diventino fan di una persona che ha compiuto un atto violento. E’ molto più facile attaccare e gridare alla censura, specialmente quando si tratta di una strategia ben precisa e si cercano soltanto occasioni buone per demonizzare ciò che non si riesce a controllare. Al di là delle opinioni politiche personali, sapete quanto ci teniamo alla libertà della Rete e a quella di espressione. Qualcuno sta mettendo in pericolo questi che per noi sono diritti fondamentali e irrinunciabili. Crediamo che sia arrivata l’ora di aprire gli occhi, e ci piacerebbe che anche voi ci diceste cosa ne pensate…”

Il link all’articolo originale

“Se tu saresti più alto, potessi giocare a pallacanestro”

No, tranquilli, non sono impazzito. E’ solo una delle frasi che si possono leggere nei test di ingresso in una delle tante facoltà a numero chiuso della nostra università.
E’ da tanto che dico che oramai l’italiano (in quanto lingua) è diventato un accessorio (optional, per gli anglofoni). E’ da tanto che, quando correggo i compiti scritti degli studenti, tolgo un voto per ogni errore di grammatica “grave”. In realtà ogni errore di grammatica dovrebbe essere considerato grave, ma io – per evitare “punizioni” troppo severe – li distinguo in più gravi e meno gravi (esempio di errore grave la e senza accento per il verbo essere o la a senza h in caso di verbo avere – sì in Facoltà di Economia di Catania c’è gente di secondo e terzo anno che fa ancora questi errori!!). Bene a conferma di quanto penso da un po’ ecco l’indagine riportata da “La Repubblica”, la quale può sintetizzarsi in queste poche righe: “21 laureati su 100 non vanno oltre il livello minimo di decifrazione di un testo. Cioè, se proprio va bene riescono a far partire la lavastoviglie leggendo le istruzioni, oppure intuiscono le controindicazioni dell’aspirina. Ma di più no.

In realtà una cosa mi aveva allarmato: da circa 3-4 anni il Prof. di matemtica (sempre in Facoltà di Economia) chiede l’istituzione dei corsi zero di italiano!! Sì avete capito bene, non i corsi zero di aritmentica o algebra, ma quelli di italiano!! Siamo proprio alla frutta.. Il Prof. di Matematica!!!! boh!!

Qui l’articolo completo:
Io cossi tu cuocesti egli cosse: cos’è ’sta roba? Piccolo esame di verbi: “Se io sarebbe più abile, tu mi affiderai una squadra”. Ma anche: “Se tu saresti più alto, potessi giocare a pallacanestro”. Nel cimitero dove giacciono, insepolte, sintassi e ortografia, accenti e apostrofi si confondono in un’unica insalata nizzarda di parole: “Non so qual’è la prima qualità di un’uomo”. E tutto questo accade, si legge, si scrive all’Università.
Test d’ingresso per le facoltà a numero chiuso, anno di disgrazia 2009: alcuni degli aspiranti dottori del terzo millennio hanno risposto così. “I giovani che arrivano dalle scuole superiori sono semi-analfabeti”, ha dichiarato il magnifico rettore dell’ateneo bolognese, Ivano Dionigi.

E chi ha già superato il traguardo della laurea non sta poi tanto meglio: secondo una ricerca del Centro Europeo dell’Educazione (CADE, o forse sarebbe meglio dire casca: l’asino), l’otto per cento dei nostri laureati non è in grado di utilizzare pienamente la scrittura. Anzi, peggio: 21 laureati su 100 non vanno oltre il livello minimo di decifrazione di un testo. Cioè, se proprio va bene riescono a far partire la lavastoviglie leggendo le istruzioni, oppure intuiscono le controindicazioni dell’aspirina. Ma di più no.

Ancora: un laureato su cinque non riesce a dirimere un’ambiguità lessicale. E un laureato su tre ha meno di cento libri in casa, quasi sempre quelli che ha (più o meno) sfogliato per arrivare al pezzo di carta. Ma su quella carta, troppo spesso è come se fossero impressi geroglifici. E non parliamo poi di quando è necessario scrivere un testo.

Per questo, molti atenei hanno deciso di organizzare corsi di recupero di italiano per le matricole: grammatica e sintassi, cioè argomenti da prima media. “I ragazzi non conoscono il significato di espressioni lessicali banalissime”, spiega Pier Maria Furlan, preside di Medicina 2 a Torino, dove appunto si torna sui banchi quasi per fare le aste, e per ripassare (o per studiare?) il congiuntivo. “Credetemi, è una situazione da mettersi le mani nei capelli. Per fortuna, gli studenti sono abbastanza consapevoli dei propri limiti: gli iscritti ai corsi di recupero sono oltre 35 su cento”.

Come nasce lo “studente analfabeta”? Quando comincia a diventarlo? “I guasti iniziano nella scuola dell’obbligo”, risponde Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. “Il buonismo degli insegnanti ha fatto grossi danni, ormai si tende a promuovere un po’ tutti e non si sbarra il passo a chi non è all’altezza. Ma il disprezzo per la lingua italiana risiede anche in certi romanzi di nuovi autori, pieni di parolacce e di inutili scorciatoie, e nel linguaggio sempre più sciatto dei giornali dov’è quasi scomparsa la ricchezza della punteggiatura”.

Insomma, oggi s’impara poco anche leggendo. E si studia male. “Credo che il predominio dell’inglese stia nuocendo all’uso dell’italiano”, sostiene il noto linguista Gian Luigi Beccaria. “Ormai è necessario alfabetizzare adulti e ragazzi, e la colpa è di un intero percorso scolastico che non sempre funziona. Le lacune nascono da lontano. Inoltre, l’uso esclusivo di telefoni cellulari e computer come strumenti di comunicazione non aiuta la nostra lingua: l’italiano sta regredendo quasi a dialetto”. Lasciando perdere gran parte della narrativa italiana contemporanea, dov’è possibile far tesoro della lingua giusta? “Leggendo o rileggendo autori esemplari per pulizia dello stile e chiarezza: penso a Primo Levi, a Calvino, ma anche a Pirandello e Pavese, oppure al Fenoglio di Primavera di bellezza, mentre Il partigiano Johnny è più complesso”.

Secondo recenti e sconfortanti statistiche, il venti per cento dei laureati italiani rischia l’analfabetismo funzionale, cioè la perdita degli strumenti minimi per interpretare e scrivere un testo anche semplice. E la percentuale sale tra i diplomati: trenta su cento possono diventare semi-analfabeti di ritorno. Una delle cause può essere l’abbandono della grammatica e della fatica della sintassi: già alle medie non si studiano quasi più, figurarsi al liceo. Nella scuola superiore, ormai pochissimi insegnanti si sobbarcano la correzione di trenta temi pieni di bestialità, una fatica tremenda e scoraggiante. E guai se non si promuove chiunque: scatterà la reazione anche violenta delle famiglie (sempre più spesso si rivolgono all’avvocato per rintracciare vizi di forma nei registri, anche dopo la più sacrosanta delle bocciature dei loro pargoli).
“Siamo molto preoccupati”, dice Franca Pecchioli, preside di Lettere a Firenze. “Se gli studenti non sanno dov’è il Mar Nero, beh, è grave ma glielo possiamo insegnare. Ma se non sono in grado di seguire la spiegazione di un docente perché ignorano il significato di certe parole, allora è peggio”. Ha un suono sinistro anche la testimonianza di Elio Franzini, preside di Lettere alla Statale di Milano: “L’anno scorso, insegnando ai primi anni di filosofia chiesi chi avesse letto Proust, e alzarono la mano in tre. E quasi nessuno sapeva chi avesse scritto Delitto e castigo”.

Invece è palese il delitto nei confronti della lingua italiana, o di quella che dovrebbe essere la formazione universitaria: tra i paesi industrializzati, solo Messico e Portogallo stanno peggio di noi. Vale forse la pena ricordare che in Italia soltanto 98 persone su mille acquistano ogni giorno un quotidiano, mentre in Giappone sono 644. Un problema di formazione, o di scarsa informazione? “Siamo di fronte a un’autentica violenza nei confronti della parola”, risponde Giovanni Tesio, critico letterario e docente all’Università del Piemonte Orientale. “Ma non dipende solo dalla scuola: la colpa è anche delle famiglie e dei modelli culturali. La prevalenza dell’immagine porta a una disattenzione verso i testi, e comunque è vero che mancano le basi. Me ne accorgo correggendo tesi di laurea non solo scritte male, quello sarebbe il meno, ma anche piene di strafalcioni. Perché per decenni si è demonizzata la grammatica, come se tutto dovesse essere facile e divertente. Ebbene, a scuola non tutto può né deve esserlo. Un’altra fesseria è credere che la grammatica s’impari leggendo, quello è un universo che non accetta usi strumentali”. Ma l’analfabetismo dei laureati può essere arginato? “Siccome la letteratura è il luogo in cui il senso della complessità diventa più forte, io la insegnerei anche nelle facoltà scientifiche”.
Forse in Italia manca un vero sistema di educazione per adulti, non siamo più capaci di aggiornarci, allenando cervello e conoscenza come se fossero muscoli. La faciloneria portata da Internet, strumento meraviglioso e banale, ricco di potenzialità ma anche di comode tentazioni, ha ormai diffuso una specie di cultura del “copia e incolla”, attraverso l’utilizzo di una lingua spesso piatta e tutta uguale, riprodotta all’infinito. Molti esami scritti, all’Università, vengono condotti come i test per la patente, mettendo crocette su un questionario; e le relazioni degli studenti procedono con “Powerpoint”, un altro strumento che riduce la dialettica a riassunto di qualche schema, sillabando quattro parole.

“Abbiamo vastissima conoscenza orizzontale e istantanea, però non siamo più in grado di approfondire, di scendere nel cuore delle cose”, conclude Tesio. Il sessanta per cento degli italiani non ha mai letto un libro (anche se molti di loro, purtroppo, hanno provato a scriverlo). E non è affatto vero che “val più la pratica della grammatica”. Altrimenti non sarebbe possibile che 45 laureati su cento ignorino qual è (scritto senza l’apostrofo) il passato remoto del verbo cuocere.

di MAURIZIO CROSETTI

Fonte: La Repubblica 8/12/2009
(Un grazie a papà per la segnalazione).

Risultati esami

Qui trovate i risultati degli esami di marketing ed international marketing

Il contenuto è importante ma…la forma…

<<Facebook incoraggia lo sproloquio narcisistico, i video e PowerPoint hanno sostituito i vecchi temi scritti accuratamente a mano e gli sms hanno disidratato il linguaggio tanto da farlo diventare «una stenografia desolata, inaridita e triste» (come sottolinea sconsolato John Sutherland, professore di inglese allo University College of London). Si prospetta dunque un’era di analfabetismo? L’americana Andrea Lunsford non ne è così sicura: Lunsford è professoressa di scrittura e retorica alla Stanford University, dove ha creato un gigantesco progetto chiamato “Studio sulla scrittura” per valutare il livello della prosa degli studenti>>.

La Lunsford ha analizzato quasi 15.000 testi scrtti dai suoi studenti in un lustro (dai compiti in classe, alle email, fino ai blog e alle chat). Cosa ne è venuto fuori? Ne è venuto fuori che i giovani di oggi scrivono molto più di qualsiasi altra generazione precedente! Dunque le nuove tecnologie, il web gli sms ci spingono a scrivere, scrivere, scrivere…

Ma quali sono gli effetti? Dipende!
Il team di Lunsford ha scoperto che i giovani di oggi scrivono quasi sempre per un pubblico. Ed il loro pregio maggiore è di capire che tipo di pubblico hanno davanti e riuscire ad adeguarvisi.  <<Gli studenti definiscono la buona prosa come qualcosa che ha un effetto sul mondo. Per loro, scrivere è persuadere, organizzare e discutere, anche se l’argomento è quale film andare a vedere. Gli studenti di Stanford sono risultati quasi sempre meno soddisfatti dei loro lavori di scrittura in aula perché il loro pubblico era rappresentato esclusivamente dal professore: non aveva altro scopo se non quello di ottenere un voto. E che dire del dibattito su quelli che usano abbreviazioni o smile per contaminare la scrittura accademica seria? Un altro mito. Quando Lunsford ha esaminato i lavori degli studenti del primo anno, non ha trovato un solo esempio di scrittura stile sms in un saggio accademico>>.

Oggi si esprime il proprio pensiero in uno spazio minimo: un aggiornamento di status su facebook o in twitter. Solo 10 anni fa ci sarebbe voluto un tema! Forse è giunto il momento di modificare il lavoro che si fa con gli studenti. Forse non serve più assegnare temi o tesine. Forse basta chiedere di dimostrare ciò che si è appreso a lezione in un modo nuovo: che ne so un filmato, un disegno, un sms, una scultura… e se si modificasse anche il saggio finale (quello della laurea di primo livello)?. Credo che su questo una riflessione sia d’obbligo…

Certo le forme di espressione stanno cambiando; ma una cosa non deve cambiare mai: la forma (intesa come grammatica!!). Quella sì che ci deve essere sempre!

Post liberamente ispirato e ripreso da quest’articolo di wired.it di Clive Thompson

Il passaparola diventa “sociale”…

Con il lancio di google search si passa finalmente da un buzz destrutturato, confusionario, generalista ad un buzz conscio, amico, sociale appunto. Ma cos è Google Search? Google Search è l’ultimo servizio del noto motore di ricerca, che permette(rà) di ottenere tra i risultati della ricerca le pagine, i link scritti o postati, che hanno a che fare con la cerchia dei nostri amici che abbiamo nei contatti di google mail, di picasa, di twitter, o iscirtti alla nostra pagin adi youtube, ecc..

ecco qui come funziona:

Come dire che il passaparola è più affidabile della pubblicità, ma se fatto da un amico vale ancora di più.

P.s. Google non ha previsto l’indicizzazione delle news provenienti da Facebook. Ufficialmente perchè esse sono private! O forse qui si tratta di una mossa competitiva di non poco rilievo??

Credo che i risvolti in tema di marketing, ma anche di strategia competitiva possano essere davvero interessanti. Che ne dite?