I difetti sono come gli odori… Li sente più chi è attorno che chi li porta!

Nel 2008, ma credo che le conclusioni siano molto attuali, l’istituto di ricerca Astra ha pubblicato i risultati di un’indagine sulla popolazione italiana. La ricerca riguardava i principali difetti (anche se loro li chiamavano vizi) degli italiani, le cause ed i gruppi sociali responsabili e si basava su circa 700 interviste telefoniche ad un campione rappresentativo dei nostri connazionali tra i 18 e i 79 anni.

Il quadro che emerge dallo studio è per molti versi negativo, angosciante, ma non posso far altro che confermarlo nella pratica di ogni giorno.

Il primo difetto degli italiani è quello della maleducazione, spesso sposata all’arroganza nei rapporti tra le persone, secondo nove italiani su dieci. L’80 per cento denuncia l’individualismo e al terzo posto, col 77% delle indicazioni, il menefreghismo: quel misto di indifferenza e di assenza di responsabilità che pare attanagliare il nostro popolo, il cui cuore è troppo spesso irrigidito e il cui impegno etico è ridotto ai minimi termini.

In stretta connessione, con un valore di poco inferiore (74%), ecco quel tipo di degenerazione etica che si traduce nella disonestà ed arriva fino alla corruzione. Considerando i primi quattro posti in «classifica», possiamo già fare una prima valutazione: la più aspra preoccupazione della gente riguarda in generale l’imbarbarimento della vita e delle relazioni interpersonali, fondato sul trionfo dell’«io isolato dagli altri» e sul venir meno dell’etica personale e collettiva. Di diversa natura, ma in fondo non così dissimile, è il quinto macro-difetto della nostra gente, lamentato dal 71% degli italiani: si tratta dello scarso rispetto per la natura e per l’ambiente. In fondo, a ben vedere, siamo di fronte a un altro esempio di egoismo: questa volta riferito non agli uomini, o almeno non direttamente, ma agli animali, alle piante e alle risorse naturali. Gli ultimi quattro difetti hanno un peso inferiore e vanno dalla dipendenza da sostanze, ed in particolare da droghe, al carrierismo e alla competizione senza regole e senza freni, fino all’immaturità e all’infantilismo.

Per quanto attiene alle categorie con più difetti, non c’è molta differenza tra sesso, età, area geografica, titolo di studio, professione, e così via: l’intero Paese risulta coinvolto in un gigantesco allarme collettivo per la progressiva perdita di civiltà e, più profondamente, per la perdita della dignità personale, di se stessi, delle migliori caratteristiche del nostro popolo.
Un solo dato invita a riflettere: tra le diverse generazioni e classi di età, i giovani sono più criticati (dal 36%) degli adulti (25%) e ancor più degli anziani (solo 6%): ciò conferma che il dominante vissuto collettivo è quello di un degrado iniziato col secondo dopoguerra e via via progredito.

Infine, la causa principale di questa situazione sconfortante è – secondo il 74% degli intervistati – la mancanza di valori, che nasce anzitutto dall’indebolimento dell’educazione dei giovani, sia da parte della famiglia (secondo il 73% degli intervistati) sia da parte della scuola (67%). Insomma, l’opinione largamente prevalente tra i nostri connazionali è che siano meno trasmessi, e quindi meno efficaci, i principi morali che, come una bussola, orientano la vita di ciascuno di noi e delle comunità di cui facciamo parte.

E l’Università… beh l’Università (che sta dentro la scuola per gli intervistati), da un lato, subisce quest’orda “barbarica” che annualmente la invade e la consuma, e, dall’altro, è co-responsabile della situazione; perché non agisce da freno e da argine essendosi oramai trasformata, con una sorta di involuzione su se stessa, in una istituzione che si limita a regolarizzare (con fare burocratico) e ritardare l’ingresso dei giovani sul mercato del lavoro, o a servire da parcheggio a buon mercato per chi non vuole entrare nello stesso mercato, impotente ed inefficace nel fornire conoscenza teorica e pratica a chi la frequenta.

Beh, fa riflettere… io inizio a riflettere..  fatelo anche voi…

Lettera a Tremonti da parte di Mila Spicola (non c’entra con il marketing… o forse sì…).

“Ministro Tremonti,
lei mi obbliga a violare la legge. Mi piacerebbe incontrarla per dirglielo guardandola negli occhi. Lei sta obbligando la maggioranza dei docenti italiani a violare la legge. E’ esattamente quello che accade in moltissime scuole italiane. Cosa significa infatti ammassare più alunni di quanti un ‘ aula può contenerne, se non violare la legge? Sono ben tre le norme violate: la normativa antincendio, quella per la sicurezza negli edifici scolastici e quella igienico sanitaria. Molti sanno che lei ha tolto ben 8 miliardi all’istruzione pubblica. “C’erano tanti sprechi e siamo in tempi di crisi, bisogna razionalizzare”, saggia e incontrovertibile affermazione. Così ha giustificato la cosa. Di contro, però, le spese militari ricevono 25 miliardi di euro e leggo in questi giorni di un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private e leggo anche di un aumento di circa 200 euro mensili per i colelghi di religione, buon per loro, non sia mai, ma allora non bloccassero i nostri per i prossimi secoli.Mettiamoci d’accordo. C’è la crisi o no? Un giorno c’è, un giorno non c’è, un giorno è un “anatema psicologico delle sinistre” e l’altro giorno “dobbiamo fare sacrifici”. Ma non tutti, attenzione: gli statali. Io mi sono arrovellata nel tentativo di capire dove fossero quegli sprechi quando, nell’agosto 2008, ho saputo degli 8 miliardi da togliere alla scuola pubblica. Ma lei ha fugato i miei dubbi: lo spreco era studiare l’italiano, e quindi via due ore. Lo spreco era studiare la tecnologia moderna e quindi via un’ora. Questo alle medie. Escano prima i ragazzi: così hanno tempo per riflettere. Lo ha detto il ministro Gelmini. Lo spreco era recuperare i bambini con difficoltà (cosa frequentissima nei contesti dove vivo e ho scelto di insegnare io, e cioè nelle periferie), e quindi via le compresenze in talune ore di due maestri nelle elementari: a questo servivano, caro ministro. IL tutto eseguito con la furia di un boscaiolo cieco che ha distrutto chiome sane, piante rigogliose e qualche ramo secco, ma troppo pochi, in cambio della distruzione della nostra foresta amazzonica: il polmone del nostro futuro. Quelle due ore d’italiano e le compresenze servivano anche a coprire le assenze dei colleghi senza ricorrere a supplenze esterne. Inoltre : aumentiamo i ragazzi per classe: fino a 30, 33..ma sì. Realizziamo un bel parcheggio per ragazzi, non una scuola certamente. Del resto sono altre le fonti vere della formazione: la vita, la strada, la televisione, il computer. Per chi vuole studiare veramente ci sono le scuole private. Studiare cosa e come poi è da vedere. C’è un piccolo particolare: tutto ciò è anticostituzionale. La Costituzione riconosce alla scuola pubblica, statale, italiana il compito di formare e istruire gli italiani. Le private? Una scelta possibile, non obbligata. Non era un paradiso la scuola pubblica, prima di Tremonti, ma i problemi erano altri, non certo questi. Torniamo alle sue motivazioni: la gestione dei singoli istituti, troppi soldi, troppi. E quindi tagli anche a quella. “Facessero una colletta i genitori, e che sarà mai qualche centinaio di euro”. Alla voce vedi sopra. “Qualche centinaio di euro è nulla”, ma non c’era la crisi? Nella mia regione, in Sicilia, quel centinaio di euro serve per andare avanti. E dunque i tagli: nella scuola dove insegno io, una normale scuola media della periferia palermitana, ma potremmo generalizzare a tutte le scuole medie d’Italia, siamo quasi alla paralisi. Avete compiuto il miracolo: unire di colpo nord e sud nella omologazione verso il peggio. Dico quasi, perché poi, incredibilmente, docenti e dirigenti sono diventati bravi a fare i salti mortali e le capriole all’indietro. E forse questo lei lo sapeva: qual è l’unica classe di lavoratori in Italia che, nonostante tutto, continua a lavorare? La nostra. Nel senso che lei aveva ragione e che quindi, nonostante i tagli , riusciamo ad andare avanti? No: nel senso che per noi quelli che non devono subire le ricadute gravissime della sua scelta scellerata, ripeto, scellerata, non devono essere i ragazzi: e dunque si alza la saracinesca comunque e si fa l’appello tutte le mattine. Però sa cosa c’è? C’è che abbiamo anche sopportato e stiamo sopportando molto, ma l’illegalità di stato dentro una scuola no. Io non la sopporto e la denuncio. Tagliare completamente i fondi di gestione delle scuole ha comportato l’impossibilità di chiamare supplenti per coprire le assenze, adesso che non ci sono più quelle due ore che servivano a coprirle. E dunque le classi si dividono in altre classi. Giornalmente. I ragazzini si prendono la loro sedia e vagano nei corridoi in cerca di spazio. Perdendo ore di lezione. E allora: posso sopportare di lavorare meno, posso sopportare di farlo in una scuola ammuffita, con l’acqua che filtra, senza vetri (lei mi dirà : si rivolga all’amministrazione comunale), posso sopportare di non avere carta igienica per i ragazzi, sapone nei bagni, riscaldamenti a singhiozzo. In una mia classe di prima media ho 23 bambini, 4 di loro con gravissimi disagi sociali e disturbi comportamentali (sono figli di carcerati) , due con problemi di apprendimento e uno disabile grave. Io insegno arte: nelle mie ore non ho insegnante di sostegno, perché sono state tagliate le ore del sostegno, come tanti sanno. E allora mi dica lei quel ‘è il diritto all’istruzione negata del mio alunno disabile? Qual è il diritto all’attenzione precipua negata ai 4 bimbi con problemi sociali? E ai due che non riescono a leggere senza distrarsi? E ‘ una scuola di periferia, se non li aiuto io chi li aiuta? E il resto dei compagni? Non hanno diritto alla “normalità”? E poi viene la ministra Gelmini a parlar male dei docenti del sud, di come i nostri alunni sono in fondo alle classifiche delle prove di merito: ma in queste condizioni cosa vi aspettate? E’ già un mircolo se abbiamo le sedie nella mia scuola. L’inverno lo abbiamo trascorso con mussa e infissi rotti. “Si rivolga al Comun” dirà lei. Il suo sindaco di centrodestra ha tagliato anche lui tutti i finanziamenti alle scuole: sia per il funzionamento ordinario, sia per le manutenzioni. Non ci resta che Santa Rosalia. E in effetti ..manco la chiesa ci appoggia, noi sciagurati delle periferie, intenta com’è a salvaguardare le scuole private. Lei lo chiama razionamento e si riempe la bocca di frasi assurde sul come l’Italia stia reggendo la crisi. Mi scusi: ma che cavolo sta dicendo? Lo deve dire lei, una statistica o io? Ho 253 alunni, 253 famiglie cioè: un bel campione di famiglie di periferia, come ce ne sono a migliaia nella corona delle città. Forse ne so parlare meglio di lei degli effetti della crisi, sig. Ministro: niente fumo negli occhi ahimè. Perché nemmeno il contributo di 15 euro annui riescono più a pagare. Lo stato vissuto nelle classi italiane è disastroso. Io la chiamo illegalità. Io non posso adeguarmi. Non per me stessa, che alla fine noi docenti ci abituiamo a tutto, ma per loro. Non posso più tollerare che quei ragazzi siano il bersaglio vero delle nostre scelte. E’ questa l’illegalità Egregio ministro. L’’illegalità e il non rispetto della legge no. A Palermo no. Non in quel quartiere: la scuola non può tollerarlo perché è l’unico baluardo dello Stato. Porti solo la sua firma questo scempio: io non voglio rendermene complice. E non mi dica che sto facendo politica e un insegnante non può farla. Io ne ho più diritto di lei, che sia chiaro: io formo i cittadini di domani. Non lei. Lei passerà, per fortuna, ma i docenti italiani ci saranno sempre a insegnare cosa voglia dire rispettare le regole, rispettare la legge, cosa significhino parole come “comunità”, come “solidarietà”, come “eguaglianza”, come “fraternità”. Questa è politica, caro Tremonti, ed è il senso del mio mestiere. Glielo insegno di più io, non di certo tu che gli togli maestri, risorse e ruolo sociale. Da qualche mese mi rifiuto di accogliere ragazzi provenienti da classi divise oltre il numero consentito. E lo farò anche a fronte di ordini di servizio scritti. Venga qualcuno a obbligarmi. Venga pure. Io mi rifiuto. IL mio Dirigente mi dirà: dove li metto allora? Io la rivolgo a Lei questa domanda: dove li mettiamo? La rivolgo ai suoi elettori, che sono anche genitori: dove volete che li mettiamo i vostri figli? Di quei 25 miliardi alle spese militari destini nuovamente alla scuola pubblica gli 8 miliardi tolti. Oppure assegni i proventi del lotto per un anno alla messa in sicurezza degli edifici scolastici: sono questi per me i monumenti culturali dell’Italia che amo. La smetta di giocare con la vita e con l’istruzione dei nostri figli. Anzi, le dico di più, se posso: se ne vergogni. Mila Spicola Professoressa.”

Gradiremmo una risposta sig. Ministro!!

Il marketing ai tempi del social network…

C’è chi ha provato (riuscendoci) a riassumere in una sola slide la visione di come dovrebbe e potrebbe funzionare oggi il rapporto tra aziende e persone mediato dai Social Media.

E’ Claudio Vaccaro, Product Marketing specialist per Libero.it nonchè blogger e fondatore di Socialware.it. Claudio pensa che le potenzialità che i social media offrono a un brand infatti non si riducono alla semplice presenza e vendita, ma vanno oltre. “Ormai il brand è IMMERSO in un sistema, quasi un ecosistema di relazioni con i propri clienti/utenti, mediate da quello che può essere visto come uno “strato” di Social Media. In questo ambiente evolutivo si sviluppa la narrazione della marca e il suo rapporto con le persone: dalle prime fasi di conoscenza (clienti potenziali) in cui ciò che conta è la visibilità e la notorietà (acquisite grazie alla produzione di contenuto più o meno pubblicitario, condivisione di risorse, ecc..) a quelle della vendita fino alla gestione della relazione postvendita (clienti acquisiti), in cui le attività sui Social Media sono prevalentemente di PR e CRM per consolidare la reputation del brand e la fedeltà dei consuma(t)tori.” Questo in sintesi il suo pensiero come anticipazione di ciò che ci dirà in aula lunedì prossimo, nell’ultima testimonianza di quest’anno. Chiudiamo in bellezza, dunque, buttando uno sguardo ad un  futuro che sa tanto di presente.

Claudio Vaccaro

Marketing & Social Media

Lunedì 24 maggio p.v.

Aula Magna di Palazzo Fortuna

Facoltà di Economia

Ore 16.00

Perché i consumatori preferiscono i prodotti “nostalgici”…

Una massiccia dose di nostalgia sembra essere la cura migliore nel caso in cui ci si senta esclusi o abbandonati. Questo quanto sostenuto da un nuovo studio del Journal of Consumer Research.

“Vi siete mai chiesti perchè vi ritrovate a guardare una vecchia puntata di Friends o di Happy Days, invece del vostro programma TV preferito? O perché sentite improvvisamente voglia di un cibo che non mangiate più da quando eravate bambini? ” si sono chiesti gli autori Katherine E. Loveland (Arizona State University), Dirk Smeesters (Erasmus University, Paesi Bassi), e Naomi Mandel (Arizona State University).
Questi ricercatori hanno esaminato alcune situazioni che inducono le persone a preferire i prodotti cd. nostalgici (prodotti che ricordano il passato) rispetto ai prodotti più contemporanei.
Tramite una serie di cinque esperimenti hanno scoperto che la chiave per spiegare il perchè si preferiscano dei prodotti nostalgici è il bisogno di appartenenza. “Ogni volta che si verifica una situazione in cui le persone sentono fortememnte il bisogno di appartenere ad un gruppo, o in genere bisogno di sentirsi accettati socialmente, essi mostrano una preferenza maggiore per i prodotti nostalgici” scrivono gli autori.
In uno degli esperimenti, i partecipanti hanno gareggiato con un videogioco congeniato in modo tale da escludere ben presto alcuni concorrenti dalla partita. Quelle persone escluse dal gioco dopo pochi minuti, non solo mostravano un bisogno di appartenenza maggiore rispetto a quelle non escluse, ma indicavano di preferire prodotti più antichi o che ricordavano loro il passato, all’interno di una serie di categorie di prodotti, quali film, serie TV, marchi alimentari, automobili, ecc. In un altro esperimento si è poi scoperto che il modo preferito per alleviare il senso di esclusione (sempre dal videogioco) era quello di consumare dolci di marche note ai tempi in cui si era stati bambini.

La prossima volta che vi sentirete esclusi o che proverete un senso di abbandono, provate a guardare un film che vi ha appassionato ai tempi del liceo, o provate a mangiare un cibo che vi ricorda quando eravate dei ragazzini. Poi fatemi sapere se vi ha fatto sentire meglio…

Fonte: Katherine E. Loveland, Dirk Smeesters, and Naomi Mandel. “Still Preoccupied with 1995: The Need to Belong and Preference for Nostalgic Products.” Journal of Consumer Research: October 2010.
Un’anticipazione di questo articolo (che sarà pubblicato a breve online) la trovate qui.

Maestri nell’ascoltare il cliente…

A proposito di orientamento al marketing, vi riporto il caso di Procter and Gamble.

P&G – che ha inventato la figura del Product Manager e che ha in portafoglio brand come Duracell, Pampers, Gillette, Pringles, Infasil, Wella, Dash, ecc. -  spende oltre 350 milioni di dollari nelle ricerche di mercato, vende i propri prodotti in oltre 180 paesi, ha 19 marchi che valgono più di mezzo miliardo di dollari, ha sedi e stabilimenti in più di 80 paesi e i suoi dipendenti rappresentano 140 nazioni diverse. Direi che obbedendo alla sua mission in cui si afferma, tra l’altro, di voler fornire “prodotti e servizi di marca, di qualità e valore superiore in grado di migliorare la vita dei consumatori nel mondo, oggi e per le generazioni a venire“, l’azienda – anche in un periodo di crisi – ha deciso di continuare ad investire nell’ascolto del cliente.

Perchè, come detto in aula, per fare un buon marketing bisogna saper ascoltare, insomma aver orecchio.

Qui giù trovate un articolo (dell’ottobre 2008) che ha al suo interno un’intervista a Giovanni Ciserani, l’allora Presidente per l’Europa Occidentale di Procter & Gamble in cui si spiega ciò che P&G fa abitualmente.

Scarica l’articolo-intervista (dall’Espresso del 9/10/2008)

Vi chiedo di leggere con attenzione l’articolo ed analizzare i principali spunti che offre nell’ottica del Marketing. La vs. analisi potrà ovviamente essere postata sul blog.

Inizia il corso di Marketing 2010

Ecoci qui! Dopo oltre un anno senza aula, finalmente oggi abbiamo ri-cominciato.

Con l’aula magna piena di Palazzo Fortuna non sarà facile, ma spero tutto possa andare per il meglio. Oggi non abbiamo fatto altro che presentarci, “rompere il ghiaccio” e stabilire le regole del gioco.

Da domani inizieremo a fare sul serio. Vi invito a partecipare ed interagire con me e con i vostri colleghi attraverso tutti i canali che ho messo a disposizione:

    1. principalemente in aula,
    2. poi su queste pagine (che vi ricordo sono pubbliche e frequentate anche da colleghi più “anziani” o ex colleghi) dove si potrà parlare di alcune tematiche generali riguardanti il marketing,
    3. e con il gruppo su Google – a voi riservato – e che potrà raccogliere argomenti più specifici e diettamente affrontati in Aula.

A proposito, questo l’indirizzo del gruppo http://groups.google.it/group/mark10.
Rettifico quanto detto in aula oggi. Non c’è bisogno di avere un indirizzo email di Google per far parte del gruppo.

Per iniziare vi chiederei di leggere, per poi commentare, la definizione di marketing che trovate su wikipedia qui e di guardare questa figura che mostra la “nuvola” delle parole più usate nel programma di marketing di quest’anno.

Com’era da immaginarsi, dopo marketing, la parola più frequente è “domanda”. Lascio a voi il commento del resto.

Non resta che augurare  in bocca al lupo a voi e a me.

P.s. Ricordate: “Affamati e Folli” come dice il caro Steve Jobs.  Qui e qui i link ai video del suo storico discorso (per chi non fose stato presente in aula).