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(della serie..stiamo lavorando per voi)

Quale periodo migliore per cambiare il layout del blog, se non questo semestre senza lezioni?

Dopo vari ripensamenti ho deciso di rimanere con wordpress gratuito, che mi semplifica il lavoro e ha anche inserito nuove funzioni. Purtroppo ha ancora delle pecche, ma le cose essenziali ci sono. Ora si tratta di fare altre personalizzazioni e, soprattutto, aggiornare i contenuti.  Già a metà novembre sarà nuovo fiammante.

Il colore per adesso è provvisorio, non è proprio limone, forse è un po’ più blue marine, ma si può cambiare, basta poco.

Comunque ben vengano feedback, segnalazioni, suggerimenti, ecc. Grazie!

P.s. ho appena fatto l’abbonamento per dua anni a Wired (la versione italiana della rivista di tecnologia più nota al mondo).

Ve la consiglio..

Socialismo e Web 2.0

20 luglio 2009

Socialismo e Web 2.0: la rivincita di MarxBill Gates, tempo fa, dichiarò che i fautori dell’Open Source non sarebbero altro che dei moderni comunisti. A pensarci bene, Gates si sbagliava. I principi che sono dietro l’Open Source, se analizzati, si avvicinano molto di più al Liberalismo che al Comunismo. Ma qualcosa di vero, nelle parole del fondatore di Microsoft c’era. L’affannosa corsa all’essere tutti connessi con tutto, per tutto il tempo, sta poco a poco facendo tornare in auge una versione – seppur riveduta – del socialismo. Inizia con questo incipit un interessantissimo articolo di Wired che parla di come Internet porti avanti dei paradigmi che sarebbero stati di sicuro graditi a Karl Marx. Si parte con i sistemi wiki, un notevole esempio dell’emergere del collettivismo. Dall’esempio di Wikipedia, si sono sviluppati numerosissimi sistemi che si basano sugli sforzi comuni di tanti piccoli contributor: gli esempi vanno da Digg e Wetpaint al sistema di licenze Creative Commons. Questi sistemi dimostrano come si stiano facendo passi avanti nello sviluppo di un socialismo direttamente orientato ad un mondo interconnesso. Chiaramente si tratta di un socialismo con molte differenze da quello classico: non prevede lotte di classe, non è anti americano, non si identifica in nessuno stato, orientandosi più verso l’economia e la cultura che verso la politica, almeno per il momento.
Ma non ci sono solo le differenze. Certo, non si parla più di fattorie collettive, ma di mondo collettivo in cui le fattorie sono i nostri pc connessi tra di loro virtualmente. Invece di condividere attrezzi da lavoro condividiamo applicazioni, script e API. Invece di anonime burocrazie, ci troviamo davanti delle meritocrazie, dove ciò che conta è che le cose vengano fatte. Al posto della produzione nazionale, abbiamo produzione condivisa tra pari e al posto di razioni e sussidi statali veniamo riempiti di beni gratuiti. Ma volendo ridurre il tutto a normali cambiamenti dovuti al progresso, arriviamo alla conclusione che quando masse di persone in possesso di mezzi di produzione lavorano con un obiettivo comune e condividono i loro prodotti, quando lavorano senza percepire un salario ma beneficiando dei risultati in maniera gratuita, non è azzardato parlare di socialismo.

Socialismo e Web 2.0: la rivincita di MarxStiamo parlando di quello che a fine anni ‘90 John Barlow chiamò “dot-communism”, definendolo come “una forza lavoro composta interamente di volontari” . Questa economia sarebbe fondata sul baratto o il dono, e non ci sarebbe nessuna proprietà, mentre è l’architettura tecnologica a definire lo spazio politico. Barlow aveva ipotizzato già a suo tempo anche l’utilizzo di una moneta virtuale, cosa che avviene oramai quotidianamente su internet con i pagamenti online. Solo su una cosa la parola socialismo sembra fuori luogo: mentre quello old style era un’ideologia politica, questo nuovo tipo non richiede nessuna fede. Qui si parla di atteggiamenti, tecniche e strumenti che stimolano la collaborazione, la condivisione, l’aggregazione, il coordinamento e ancora altri tipi di nuova cooperazione. Clay Shirky nel 2008 ha studiato questo fenomeno nel suo Here Comes Everybody. Secondo Shirky le persone iniziano semplicemente condividendo, poi passano alla cooperazione, alla collaborazione fino ad arrivare al collettivismo. Analizzando il panorama della rete, questo tipo di fenomeni risulta evidente. Nel pdf della traduzione integrale dell’articolo di Wired trovate spiegati nel dettaglio questi quattro punti. In questo contesto si inserisce anche l’idea di Whoffie introdotta da Corey Doctorow nel suo Down and out in the Magic Kingdom. Si tratta di una sorta di moneta basata sul capitale sociale: un insieme di reputazione, contatti, influenza, accesso alle risorse e livello di fiducia. Doctorw nel suo libro (scaricabile qui gratuitamente in inglese) ipotizza una società dove tutto funziona in base al livello personale di Whoffie. Nella società ipotizzata da Doctorow le persone si scambierebbero i beni e lavorerebbero in cambio di Whoffie, non di denaro. In sostanza, più realizzate prodotti di qualità, li condividete e intrattenete buoni rapporti con i vostri contatti, più reputazione (e quindi potere d’acquisto) guadagnate. Certo, si tratta di Science Fiction. Ma è poi così lontano da ciò di cui stiamo parlando? Finora, i grandi sforzi si sono concentrati sui progetti di Open Source, i più grandi dei quali, come l’Apache, gestiscono diverse centinaia di contributors. 60.000 persone all’anno hanno dato il proprio contributo per il rilascio di Fedora Linux, dimostrando che un auto assemblaggio e la dinamicità dello sharing possono governare un progetto sulla scala di una città. Sicuramente, il totale dei partecipanti ai lavori collettivi online è nettamente maggiore. YouTube dichiara qualcosa come 350 milioni di visitatori al mese. Quasi 10 milioni di utenti registrati hanno contribuito a Wikipedia, 160,000 dei quali sono considerati attivi. Più di 35 milioni di persone hanno postato e taggato 3 miliardi di foto e video su Flickr, mentre Yahoo contiene 7.8 milioni di gruppi che parlano di ogni possibile argomento.
Questi numeri non raggiungono ancora quelli di una nazione e forse non superano neanche la soglia del mainstream. Ma chiaramente la popolazione che vive con i Social Media non può essere ignorata. Il numero di persone che producono cose , le condividono e le usano gratis, appartengono a aziende software colletive, lavorano a progetti che richiedono decisioni comunitarie, o che sperimentano i benefici del socialismo decentralizzato ha raggiunto i milioni di utenti ed è in continuo aumento. Le rivoluzioni, in passato, sono partite da numeri molto più piccoli. In apparenza, ci si potrebbe attendere delle prese di posizione da parte di persone intente a costruire un’alternativa al capitalismo e al corporativismo. Ma i codificatori, gli hacker e i programmatori che creano strumenti di condivisione non si considerano dei rivoluzionari. Non si sta dando vita a nessun nuovo partito politico nelle sale conferenza – per lo meno, non negli USA. In Svezia, The Pirate Party si è formato su una piattaforma di file-sharing ottenendo un insignificante 0.63% dei voti alle elezioni nazionali del 2006. Questo movimento potrà portare, prima o poi, a una società non capitalistica, open source e peer production? Probabilmente siamo più vicini di quel che si può pensare. Chi avrebbe mai pensato che dei poveri contadini si sarebbero procurati prestiti da $100 da perfetti sconosciuti che vivono all’altro lato del pianeta – e che li avrebbero restituiti? Questa è l’attività che svolge Kiva con i prestiti peer-to-peer. Qualsiasi esperto di sanità pubblica affermerebbe che la condivisione funziona con le foto, ma che nessuno condividerebbe la propria cartella clinica. Ma PatientsLikeMe, in cui i pazienti condividono i risultati delle terapie per migliorare il loro stesso trattamento, dimostra che l’azione collettiva può averla vinta sia sui dottori che sul timore per la propria privacy. L’abitudine sempre più comune di condividere i propri pensieri (Twitter), le proprie letture (StumbleUpon), le proprie finanze (Wesabe), il proprio mondo (il Web) sta diventando un pilastro della nostra cultura. Farlo costruendo insieme enciclopedie, nuove agenzie, archivi video e software, in gruppi che abbracciaSocialismo e Web 2.0: la rivincita di Marxno interi continenti, con persone che non si conoscono e dall’estrazione irrilevante – fa apparire il socialismo politico come il logico passo successivo. Un bell’esempio tutto italiano di questi fenomeni è la community ITASA (Italian Subs Addicted). Il team ITASA , nato nel dicembre del 2005, si occupa di sottotitolare serie tv, anime e film americani e non solo. L’iniziativa e’ senza scopo di lucro e di natura amatoriale e conta su una grande community di appassionati che ne supporta l’attività, si parla attualmente di più di 100.000 utenti. Con piu’ di 250 serie tv sottotitolate e la notevole velocita’ con cui i sottotitoli vengono rilasciati, il team ITASA si puo’ ritenere il piu’ grande sito italiano di sottotitoli e una delle community piu’ vaste nel suo genere. Si tratta quindi di appassionati che svolgono gratis un lavoro che solitamente veniva svolto da professionisti remunerati. Inoltre i prodotti vengono resi gratuiti e disponibili a chiunque. Ora si sta provando lo stesso trucco con la tecnologia sociale collaborativa, applicando il socialismo digitale ad una serie crescente di desideri – e talvolta a problemi che il mercato libero non potrebbe risolvere – per vedere se funziona. Finora, i risultati sono stati impressionanti. Quasi sempre, il potere della condivisione, della cooperazione, della collaborazione, dell’apertura, del libero prezzo e della trasparenza si è dimostrato più pragmatico di quanto i capitalisti ritenessero possibile. Ogni volta che proviamo, scopriamo che il potere del nuovo socialismo è più grande di quanto immaginassimo. Sottovalutiamo il potere dei nostri mezzi nel ridisegnare le nostre menti. Credevamo davvero di poter costruire e vivere insieme in un mondo virtuale tutto il giorno, tutti i giorni, e che ciò non influenzasse il nostro punto di vista? La forza del socialismo on-line sta aumentando. La sua dinamica si sta diffondendo al di là gli elettroni – forse fino ad arrivare alle elezioni.

Fonte: ninjamarketing.it