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“Se tu saresti più alto, potessi giocare a pallacanestro”

No, tranquilli, non sono impazzito. E’ solo una delle frasi che si possono leggere nei test di ingresso in una delle tante facoltà a numero chiuso della nostra università.
E’ da tanto che dico che oramai l’italiano (in quanto lingua) è diventato un accessorio (optional, per gli anglofoni). E’ da tanto che, quando correggo i compiti scritti degli studenti, tolgo un voto per ogni errore di grammatica “grave”. In realtà ogni errore di grammatica dovrebbe essere considerato grave, ma io – per evitare “punizioni” troppo severe – li distinguo in più gravi e meno gravi (esempio di errore grave la e senza accento per il verbo essere o la a senza h in caso di verbo avere – sì in Facoltà di Economia di Catania c’è gente di secondo e terzo anno che fa ancora questi errori!!). Bene a conferma di quanto penso da un po’ ecco l’indagine riportata da “La Repubblica”, la quale può sintetizzarsi in queste poche righe: “21 laureati su 100 non vanno oltre il livello minimo di decifrazione di un testo. Cioè, se proprio va bene riescono a far partire la lavastoviglie leggendo le istruzioni, oppure intuiscono le controindicazioni dell’aspirina. Ma di più no.

In realtà una cosa mi aveva allarmato: da circa 3-4 anni il Prof. di matemtica (sempre in Facoltà di Economia) chiede l’istituzione dei corsi zero di italiano!! Sì avete capito bene, non i corsi zero di aritmentica o algebra, ma quelli di italiano!! Siamo proprio alla frutta.. Il Prof. di Matematica!!!! boh!!

Qui l’articolo completo:
Io cossi tu cuocesti egli cosse: cos’è ‘sta roba? Piccolo esame di verbi: “Se io sarebbe più abile, tu mi affiderai una squadra”. Ma anche: “Se tu saresti più alto, potessi giocare a pallacanestro”. Nel cimitero dove giacciono, insepolte, sintassi e ortografia, accenti e apostrofi si confondono in un’unica insalata nizzarda di parole: “Non so qual’è la prima qualità di un’uomo”. E tutto questo accade, si legge, si scrive all’Università.
Test d’ingresso per le facoltà a numero chiuso, anno di disgrazia 2009: alcuni degli aspiranti dottori del terzo millennio hanno risposto così. “I giovani che arrivano dalle scuole superiori sono semi-analfabeti”, ha dichiarato il magnifico rettore dell’ateneo bolognese, Ivano Dionigi.

E chi ha già superato il traguardo della laurea non sta poi tanto meglio: secondo una ricerca del Centro Europeo dell’Educazione (CADE, o forse sarebbe meglio dire casca: l’asino), l’otto per cento dei nostri laureati non è in grado di utilizzare pienamente la scrittura. Anzi, peggio: 21 laureati su 100 non vanno oltre il livello minimo di decifrazione di un testo. Cioè, se proprio va bene riescono a far partire la lavastoviglie leggendo le istruzioni, oppure intuiscono le controindicazioni dell’aspirina. Ma di più no.

Ancora: un laureato su cinque non riesce a dirimere un’ambiguità lessicale. E un laureato su tre ha meno di cento libri in casa, quasi sempre quelli che ha (più o meno) sfogliato per arrivare al pezzo di carta. Ma su quella carta, troppo spesso è come se fossero impressi geroglifici. E non parliamo poi di quando è necessario scrivere un testo.

Per questo, molti atenei hanno deciso di organizzare corsi di recupero di italiano per le matricole: grammatica e sintassi, cioè argomenti da prima media. “I ragazzi non conoscono il significato di espressioni lessicali banalissime”, spiega Pier Maria Furlan, preside di Medicina 2 a Torino, dove appunto si torna sui banchi quasi per fare le aste, e per ripassare (o per studiare?) il congiuntivo. “Credetemi, è una situazione da mettersi le mani nei capelli. Per fortuna, gli studenti sono abbastanza consapevoli dei propri limiti: gli iscritti ai corsi di recupero sono oltre 35 su cento”.

Come nasce lo “studente analfabeta”? Quando comincia a diventarlo? “I guasti iniziano nella scuola dell’obbligo”, risponde Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. “Il buonismo degli insegnanti ha fatto grossi danni, ormai si tende a promuovere un po’ tutti e non si sbarra il passo a chi non è all’altezza. Ma il disprezzo per la lingua italiana risiede anche in certi romanzi di nuovi autori, pieni di parolacce e di inutili scorciatoie, e nel linguaggio sempre più sciatto dei giornali dov’è quasi scomparsa la ricchezza della punteggiatura”.

Insomma, oggi s’impara poco anche leggendo. E si studia male. “Credo che il predominio dell’inglese stia nuocendo all’uso dell’italiano”, sostiene il noto linguista Gian Luigi Beccaria. “Ormai è necessario alfabetizzare adulti e ragazzi, e la colpa è di un intero percorso scolastico che non sempre funziona. Le lacune nascono da lontano. Inoltre, l’uso esclusivo di telefoni cellulari e computer come strumenti di comunicazione non aiuta la nostra lingua: l’italiano sta regredendo quasi a dialetto”. Lasciando perdere gran parte della narrativa italiana contemporanea, dov’è possibile far tesoro della lingua giusta? “Leggendo o rileggendo autori esemplari per pulizia dello stile e chiarezza: penso a Primo Levi, a Calvino, ma anche a Pirandello e Pavese, oppure al Fenoglio di Primavera di bellezza, mentre Il partigiano Johnny è più complesso”.

Secondo recenti e sconfortanti statistiche, il venti per cento dei laureati italiani rischia l’analfabetismo funzionale, cioè la perdita degli strumenti minimi per interpretare e scrivere un testo anche semplice. E la percentuale sale tra i diplomati: trenta su cento possono diventare semi-analfabeti di ritorno. Una delle cause può essere l’abbandono della grammatica e della fatica della sintassi: già alle medie non si studiano quasi più, figurarsi al liceo. Nella scuola superiore, ormai pochissimi insegnanti si sobbarcano la correzione di trenta temi pieni di bestialità, una fatica tremenda e scoraggiante. E guai se non si promuove chiunque: scatterà la reazione anche violenta delle famiglie (sempre più spesso si rivolgono all’avvocato per rintracciare vizi di forma nei registri, anche dopo la più sacrosanta delle bocciature dei loro pargoli).
“Siamo molto preoccupati”, dice Franca Pecchioli, preside di Lettere a Firenze. “Se gli studenti non sanno dov’è il Mar Nero, beh, è grave ma glielo possiamo insegnare. Ma se non sono in grado di seguire la spiegazione di un docente perché ignorano il significato di certe parole, allora è peggio”. Ha un suono sinistro anche la testimonianza di Elio Franzini, preside di Lettere alla Statale di Milano: “L’anno scorso, insegnando ai primi anni di filosofia chiesi chi avesse letto Proust, e alzarono la mano in tre. E quasi nessuno sapeva chi avesse scritto Delitto e castigo”.

Invece è palese il delitto nei confronti della lingua italiana, o di quella che dovrebbe essere la formazione universitaria: tra i paesi industrializzati, solo Messico e Portogallo stanno peggio di noi. Vale forse la pena ricordare che in Italia soltanto 98 persone su mille acquistano ogni giorno un quotidiano, mentre in Giappone sono 644. Un problema di formazione, o di scarsa informazione? “Siamo di fronte a un’autentica violenza nei confronti della parola”, risponde Giovanni Tesio, critico letterario e docente all’Università del Piemonte Orientale. “Ma non dipende solo dalla scuola: la colpa è anche delle famiglie e dei modelli culturali. La prevalenza dell’immagine porta a una disattenzione verso i testi, e comunque è vero che mancano le basi. Me ne accorgo correggendo tesi di laurea non solo scritte male, quello sarebbe il meno, ma anche piene di strafalcioni. Perché per decenni si è demonizzata la grammatica, come se tutto dovesse essere facile e divertente. Ebbene, a scuola non tutto può né deve esserlo. Un’altra fesseria è credere che la grammatica s’impari leggendo, quello è un universo che non accetta usi strumentali”. Ma l’analfabetismo dei laureati può essere arginato? “Siccome la letteratura è il luogo in cui il senso della complessità diventa più forte, io la insegnerei anche nelle facoltà scientifiche”.
Forse in Italia manca un vero sistema di educazione per adulti, non siamo più capaci di aggiornarci, allenando cervello e conoscenza come se fossero muscoli. La faciloneria portata da Internet, strumento meraviglioso e banale, ricco di potenzialità ma anche di comode tentazioni, ha ormai diffuso una specie di cultura del “copia e incolla”, attraverso l’utilizzo di una lingua spesso piatta e tutta uguale, riprodotta all’infinito. Molti esami scritti, all’Università, vengono condotti come i test per la patente, mettendo crocette su un questionario; e le relazioni degli studenti procedono con “Powerpoint”, un altro strumento che riduce la dialettica a riassunto di qualche schema, sillabando quattro parole.

“Abbiamo vastissima conoscenza orizzontale e istantanea, però non siamo più in grado di approfondire, di scendere nel cuore delle cose”, conclude Tesio. Il sessanta per cento degli italiani non ha mai letto un libro (anche se molti di loro, purtroppo, hanno provato a scriverlo). E non è affatto vero che “val più la pratica della grammatica”. Altrimenti non sarebbe possibile che 45 laureati su cento ignorino qual è (scritto senza l’apostrofo) il passato remoto del verbo cuocere.

di MAURIZIO CROSETTI

Fonte: La Repubblica 8/12/2009
(Un grazie a papà per la segnalazione).

4 Risposte

  1. Beh senza ombra di dubbio è un problema molto grave che va affrontato in tempo e con mezzi adeguati ! Ma se si parla di studenti il problema non si può ridurre alla sola lingua infatti ,a mio modo di vedere , il buonisimo non ha riguardato e riguarda ancora oggi al solo italiano ma anche ad altre materie ! Lei prima ricordava la proposta del prof. Matarazzo ma io la invito a guardare oltre e le chiedo : Non crede che sia d’obbligo fare una riflessione anche sul perchè dei corsi zero di matematica generale ? Per me la risposta è semplice , è tutto il sistema scolastico che non è efficiente e che non svolge bene il suo compito primario , quello di istruire appunto ! Ho avuto modo di vedere anche un profondo divario tra scuole del nord e del sud durante il mio periodo di studi a Milano o forse sono stato cosi sfortunato da incontrare solo persone che avevano conseguito il mio stesso diploma e ne sapevano molto più di me ! Il problema và affrontato alla base a partire dai primi anni scolastici introducendo un sistema di valutazione più rigido atto ad innalzare il livello di istruzione . Affrontare il problema una volta giunti all’università o ancora peggio una volte che uno si è laureato è solo un modo di rimediare ma di certo non risolve il problema , perchè penso che se uno non ha studiato l’italiano per 13 anni o più non lo studierà di certo ai corsi zero !

  2. Il problema non si può affrontare all’università, costerebbe troppo in termini di risorse e di tempo, ed inoltre come dice Emiliano “se uno non ha studiato l’italiano per 13 anni o più non lo studierà di certo ai corsi zero”
    Il problema parte dalle scuole superiori…lo sappiamo tutti, a volte anche prima…quando i genitori difendono i propri figli a spada tratta nelle riunioni urlando alle maestre che suo figlio “è bravo” (quante risate), e ciò dimostra che spesso si hanno dei complici, i genitori.
    Nei test d’ingresso delle facoltà a numero chiuso (o programmato) oltre alle domande di storia, geografia e cultura generale, molte dovrebbero essere di “grammatica”.
    Di recente ho fatto una preselezione, su un test a risposta multipla di 100 domande solo 1 era di grammatica!!!

  3. “Ci deve essere qualcosa di speciale nei libri, delle cose che non possiamo immaginare, per convincere una donna a restare in una casa che brucia. È evidente!” [Fahrenheit 451].

    I preoccupanti risultati che emergono dagli studi riportati dal Professore è evidente che siano da imputare a tutta “la catena del valore” dell’istruzione italiana e non solo all’Università che, tristemente, è costretta ad accogliere persone “immature” (con riferimento agli esami di Maturità, oggi un evento più formale dell’andare alle poste a ritirare un pacco).

    Le scuole italiane pullulano di docenti demotivati e soprattutto non controllati che insegnano solo “per inerzia” (benedetta Fisica…).

    Sarebbe interessante provare ad implementare un sistema di “rating” delle scuole italiane basato su valutazioni dei servizi scolastici, degli insegnanti e infine degli alunni (attraverso test svolti “in itinere” e valutazioni “a posteriori”). Ricordo di aver svolto simili test al Liceo ma avevano puro fine di indagine statistica (forse ho contribuito anche io a quei risultati di cui sopra…).
    Un sistema con simili connotati potrebbe motivare i presidi al controllo dei propri docenti.

    Sono comunque conscio dei rischi di tale idea come ad esempio l’eccessiva concentrazione sull’efficacia dell’istruzione a discapito dell’aspetto formativo (trasmettere nozioni senza “insegnare ad imparare”).

  4. E’ in casi come questi che emerge tutta l’importanza della scuola, primaria e secondaria. Ed emerge anche l’importanza di avere docenti bravi e preparati, perchè molto spesso i comportamenti di docenti poco preparati, menefreghisti, annoiati nello svolgere il lavoro per il quale sono pagati, si riflettono inevitabilmente su di noi e conseguenza: si sconoscono del tutto interi programmi didattici di scuola. Io ad esempio riconosco amaramente di essere abbastanza ignorante in storia dell’arte, causa un prof poco desideroso di insegnare, causa una mia immaturità del tempo che mi bloccava dal prendere il libro e studiare la materia per conto mio, solo per il gusto di crearmi una certa cultura a riguardo. Fortunatamente però, di italiano ho avuto sempre insegnanti eccellenti, che infondevano negli studenti una vera e propria passione per gli argomenti trattati. Poi certamente, la scuola fa un buon 70% a mio avviso, il resto lo fa la famiglia, gli amici, il contesto e il nostro ambiente di riferimento. E questi sono poi i risultati..

    p.s: sono estremamente felice di leggere che Lei prof dà peso agli errori di grammatica, perchè a volte ho l’impressione che i prof diano più peso alla sostanza che alla forma. Non che la forma sia più importante della sostanza, per carità, ma darei un buon ex equo!

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